Silentium, la scritta campeggia, spesso a caratteri perentori, nelle vecchie sacrestie tra gli armari in noce e il profumo di canfora. Silenzio, chiedeva il cartiglio. La condizione necessaria per prepararsi a celebrare i sacri misteri. Il sacerdote si rivestiva dei paramenti sussurrando le preghiere (Dealba me, domine, ed munda cor meum…) mentre la luce del primo mattino filtrava tra le finestre e i raggi, su cui più di un santo ha appoggiato il suo mantello, fendevano l’aria spessa.
E’ lo stesso silenzio che si ascolta nelle opere di Teodoro Cotugno. Dipinte e incise, come quelle orazioni, nello stato di una condizione intermedia. Un passo oltre gli ingorghi vischiosi della quotidianità e insieme un passo prima della soglia che conduce al mistero. Che intuiamo nascosto lì tra gli arbusti e le polle. Arte umile e schiva. Con una vena di malinconia costante come un bordone anche quando i colori si fanno più squillanti. Ma caparbia nel costruire attorno al reale una rete di protezione che ne conservi la fragranza. Un diaframma trasparente e fragile come un sussurro. E’ lo stesso registro sonoro delle storie d’acqua che compongono questa mostra. Non rumoreggia lo scrosciare di un torrente né il fragore del mare contro gli scogli.
C’è invece il placido scorrere di un fiume (prima di tutti, ma non l’unico, l’Adda amatissima, le cui lanche sono l’habitat amatissimo di Cotugno). Ci sono specchi d’acqua misteriosi, luoghi che solo l’artista e pochi iniziati conoscono: camere di paradiso preservate per chissà quale miracolo o svista della follia cementificatrice che sembra essersi impadronita di questa terra. Come una guida, ci prende per mano e ci porta fuori dal vorticare di quello che noi chiamiamo contemporaneità. Lo fa con un linguaggio (colpo di pennello o segno di bulino, ma sempre vibratile come se non registrasse il variare della luce ma ne fosse il motore) che nemmeno si pone il problema di cosa significhi essere contemporaneo. E che chiede perciò di liberarsi di ogni preconcetto. Sa che ci sono più cose in cielo che in terra di quanti ne sognino le filosofie dell’arte. Cotugno non si tradisce, rimane fedele alla sua vocazione.
Sembrerebbe così distante, eppure non è diverso dallo Stalker di Tarkovskij che conduce gli uomini fuori da un mondo di macchine e miasmi, attraverso la Zona, alla Stanza dove il mistero si rivela. Guardacaso, un film in cui l’acqua domina il campo visivo e uditivo. Acqua che scorre, acqua che ristagna, acqua che canta scocciolando in un morbido mezzopiano o in scrosci improvvisi.
La guida conduce alla soglia, la mostra, ma non può varcarla. La sua missione è questa, e l’accetta senza rimpianti perché l’ha compresa a fondo. Così Cotugno, dopo averci portato attraverso al reale oltre alla nostra presunzione di aver già visto, fermatosi prima della soglia, indica a chi sa e può, la direzione dello sguardo oltre il fiume.
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