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Teodoro Cotugno in questi ultimi anni ha mutato le penne in piume e i pennelli nei colori. Cosa rara nel campo artistico. Diceva il poeta Rainer Maria Rilke che all’origine stessa dell’arte c’è la voglia di guardare il mondo e di ripeterlo come si può.
Appunto, ognuno a modo suo, perché se così non fosse tutto sarebbe uguale per essere rimestato nel calderone del non discernimento. E allora addio giudizio di valore, principio assoluto e distintivo che differenzia il bello dal brutto artistico.
Pertanto un tutto uguale nel mentre tutto è diverso che rende accettabile l’improponibile assioma che non è bello ciò che è bello, ma ciò che piace, non dimenticando inoltre che noi vediamo ciò che sappiamo, senza tralasciare l’importanza del nostro retroterra culturale e della nostra sensibilità. Occorre inoltre precisare che Cotugno ha consolidato ormai la ricerca nell’alveo di un personale naturalismo poetico osservatore della realtà visibile, in modo più sorvegliato, meno descrittivo, ottenendo nella pittura un colore più costruito nel paesaggismo come soggetto adatto al suo stile e alla sua formazione. Sappiamo che ogni artista non può copiare una veduta di natura, ma con l’osservazione tentare di evocarla, che non è verosimiglianza perfetta, ma solo una forma per ricordarla, conoscerla e percepirla, misurando il grado del proprio gusto che discende dalla sensibilità e la propria capacità critica. Anche se la sua arte, calcografia compresa, non ha il pedale evocativo, l’indugio fermo sul vero di natura, sulla veduta del nostro paesaggio (paesaggio che per Morandi era “paese”) presenta un’emozione incantatoria che traduce il piacere del vedere, dello scrutare e cogliere così l’emozione come eccitazione dei propri sentimenti cui risponde l’impulso regolatore dell’intelletto che tanto più intende e giudica quanto più l’occhio vede in modo chiaro, fermo il presupposto che nel campo della pittura di paesaggio, il vedere ha un’importanza maggiore del calcolare. Altro progresso in atto è il tentativo di conciliare il colore locale con la varietà dei toni, la scala cromatica ora più densa, meno infiocchettata, portata a modulare la distanza e la profondità in uno con gli effetti di luci e di ombre (il caratteristico controluce di Cotugno) nei loro intervalli, cercando di superare la difficoltà insita nella pittura di trascrivere la luce in colore. Da notare inoltre l’allargamento delle immagini, meno assiepate di aneddoti e di particolari raffigurati in estesi primi piani.
Con la stampa d’arte Teodoro detto Rino, da anni ha raggiunto esiti di qualità tanto da qualificarlo tra i migliori incisori del panorama nazionale. Una testimonianza è in questa selezionata esposizione di opere calcografiche in un luogo deputato come il Museo della Stampa e della Stampa d’Arte a Lodi, consacrato tra i più importanti e non solo in Italia (anche se le istituzioni spesso non se ne accorgono). Specializzatosi primamente nell’acquaforte, dopo aver praticato altre maniere, alla capacità tecnica acquisita nel lungo percorso ha aggiunto la perspicuità ispirativa di raccontare con il segno, caratteristica espressiva e quindi comunicativa del linguaggio grafico e della conseguente personalità.
Un segno il suo che vieppiù ha raggiunto un’autorevole definizione: lirico, meno convenzionale, con un ductus compositivo mai lineare ma interrotto, di franta inflessione un po’ ricurva o spezzata per dare movimento, per esaltare leggerezza e trasparenza, anche quando mosso nell’intrico vegetativo, e per ottenere morbidezza e velatura d’atmosfera: virtù tutte dell’arte grafica al traguardo della poesia nel battere della luce e delle penombre, tra il lucore dei chiari e gli scuri delle ombre.


Tino Gipponi
(dal catalogo della personale al Museo della Stampa di Lodi, 2015)

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